Progettare è bello, ma vedere la tua idea diventare un prodotto finito è un’emozione indescrivibile! Quando ancora lavoravo nello studio di architettura e ingegneria dove ho iniziato a muovere i primi passi disegnai il servo muto Ambrogio per un concorso e una mattina durante la pausa caffè colsi l’occasione per far vedere ai miei colleghi alcune immagini, uno di loro mi disse che la sua ragazza aveva da poco aperto un’azienda per realizzare e vendere oggetti di design e così mi disse di inviarle delle immagini. Dopo qualche giorno il padre di questa ragazza che si occupava della produzione mi chiamò per complimentarsi e mi chiese di incontrarci per capire se con i loro macchinari potevamo realizzare Ambrogio. La cosa mi sorprese abbastanza visto che non credevo che qualcuno potesse davvero mostrare interesse per una cosa disegnata da uno che nemmeno aveva studiato per fare il designer! Ci vedemmo un paio di volte e purtroppo arrivammo alla conclusione che i loro macchinari non erano adatti, ma mi invitarono a ragionare su un portaombrelli visto che non ce n’era uno nella loro collezione nascente. Durante le visite in azienda avevo avuto modo di vedere per la prima volta il taglio laser su acciaio, la piegatura e la verniciatura a polvere, cercai di capire i limiti di ogni lavorazione così da pensare qualcosa che potessero realizzare. Del viaggio di ritorno non ricordo se c’era traffico, se c’era il sole o se piovesse, ero solo elettrizzato perchè a qualcuno piaceva il mio modo di progettare e soprattutto avevo già iniziato a pensare al portaombrelli e ad “incastrarlo” con le lavorazioni a disposizione. I designers bravi e alla moda direbbero a “matchare” il progetto con le lavorazioni, ma questo linguaggio mi fa sentire come il Fuffas di Maurizio Crozza e visto che disegno abbastanza male potrebbero scambiarmi per lui!

Un portaombrelli in crisi d'identità

Un portaombrelli in crisi d’identità

Tornando al portaombrelli, arrivato a casa iniziai a vedere su internet cosa ci fosse in commercio e dopo un’analisi mi posi la solita domanda “E io come lo farei?“. Iniziai a cercare cosa non c’era nei portaombrelli e mi tornò alla mente un’immagine vista in tutti i bar e nelle attività commerciali, il portaombrelli vuoto e pieno di cartacce, essì perchè il nostro è il Paese del sole e quindi spesso e volentieri i portomabrelli sono vuoti, e un portaombrelli vuoto sembra proprio un secchio dell’immondizia!

Dopo l’immagine delle cartacce, mi tornarono alla mente tutte le volte che il mio ombrello richiudibile finiva in basso nel portaombrelli e gli ombrelli più grandi gli gocciolavano dentro regalandomi una bella doccia quando dopo tanta fatica riuscivo a recuperarlo e ad aprirlo.

Così pensai che il mio portaombrelli doveva essere riconoscibile sempre e avere una sua identità, per renderlo riconoscibile avevo la possibilità del taglio laser che mi permetteva di disegnare l’acciaio a mio piacimento mentre per dargli un’identità non c’era niente di più semplice di dargli un nome…

Il primo Lello il portaombrello

Il primo Lello il portaombrello

L’idea piacque molto e iniziammo a ragionare sugli esecutivi e arrivammo alla conclusione che sarebbe stato meglio dividere il portaombrelli in due sponde così da rendere più facili le lavorazioni e la verniciatura, a questo punto visto che era diviso in due parti perchè non farlo bicolore? Mi piaceva molto l’idea del bicolore perchè così bastava girare il portomabrelli per averne uno diverso.

Lo spazio per gli ombrelli più piccoli

Lo spazio per gli ombrelli più piccoli

Pensammo poi di usare un inserto in lamiera per poter poggiare gli ombrelli più piccoli e così anche il problema della “sedimentazione” degli ombrelli richiudibili era risolto!

Nel giro di qualche giorno il prototipo era pronto ed avevano deciso di portarlo al MACEF e così mi chiesero di dargli un nome, dissi che non c’avevo pensato ma in realtà il nome l’avevo già in mente ma mi sentivo alquanto stupido…poi mi feci coraggio e dissi “Lello il portaombrello!” mi guardarono e risero e così nacque Lello.


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